• A.G. Fadini

Ligabue in mostra al Palazzo Reale di Monza

Aggiornamento: 9 mar

L’Orangerie non è solo a Parigi. Sono locali dove i Re ricoveravano gli agrumi per l’inverno e ci sono anche in Italia.

Nell’Orangerie del Palazzo Reale a Monza (alcuni lo chiamano orribilmente "serrone" oggi, però, non troviamo limoni e arance, ma opere d’arte: i quadri di Antonio Ligabue.


Fino al 1° maggio 2022 possiamo visitare la Reggia di Monza, attraversare il roseto, che a primavera sarà uno spettacolo, e entrare, così, nell’Orangerie per conoscere l’opera di Ligabue.



Antonio Ligabue visse tra il 1899 e il 1965, un periodo nel quale nell’arte si sperimentava di tutto, ma il pittore fu etichettato come “naif”. Un pittore naif viene associato a “semplice”, autodidatta, senza capacità tecniche, ma per Ligabue è necessario scomodare un significato più completo.





La parola francese “naif”, in realtà deriva dal latino “nativus”, cioè nativo, innato e questo non esclude capacità e potenza comunicativa che, in Ligabue, semplicemente sono doti innate.

Basta guardare con attenzione i quadri di Ligabue per rendersi conto che la ricchezza di colori, l’originalità del disegno e della composizione, la precisione nella realizzazione del manto di una tigre o delle piume di un rapace sono ben lontani dalle capacità di tutti.




Ligabue riusciva istintivamente laddove molti pittori fallivano malgrado studi e allenamento.

Antonio Ligabue era malato. La sua sofferenza mentale, così utile nel costruire il personaggio dell’“artista matto”, lo ha condannato alla solitudine e a subire dolori e angoscia.


In parziale compenso il rapporto che il pittore aveva con la sua fantasia e la realtà era unico e totale, per noi “sani di mente” assolutamente incomprensibile. Perfettamente logico, invece, come già per Vincent Van Gogh, per quel mistero che chiamiamo “Arte”.





Tra i rari amici ebbe la fortuna di incontrare Renato Marino Mazzacurati, anche lui scultore e pittore, che lo aiutò e lo fece conoscere a personaggi noti come il regista Cesare Zavattini che, insieme ad altri, lo portò alla notorietà e al successo di pubblico.


Per esempio, un famoso attore dell’epoca, Romolo Valli, rimase affascinato dai suoi quadri. Ne comprò alcuni e realizzò un documentario televisivo a lui dedicato.


La selezione di quadri esposti a Monza riesce a trasmettere questa forza comunicativa, questa bellezza della pittura che passa facilmente qualsiasi ragionamento razionale e si collega direttamente dall’anima di Ligabue a quella dell’osservatore.


Le parole evaporano, si tratta di arte genuina e inarrestabile.


La sua esperienza è ben riassunta nell’Epitaffio sulla sua tomba a Gualtieri, un paesino vicino a Reggio Emilia dove c’è la sua “Casa Museo”: «Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all'ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore».


Andrea Giuseppe Fadini

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