• A.G. Fadini

Condividi et impera

Aggiornamento: 18 giu 2021





Continuo il ragionamento iniziato in un post precedente, “Un’immagine ci seppellirà”, sugli effetti di questa nuova realtà che ci sommerge di immagini. Chi non l’ha letto lo trova qui.

Insieme all’indigestione di immagini, internet ha portato con sé nuovi funzionamenti possibili dei rapporti sociali.


Piaccio dunque "sono"


Per chi lavora con il “gradimento” del pubblico, potere, politica e commercio e perciò anche parzialmente per l’arte, si sono aperti nuovi orizzonti.

Peccato che gli operatori artistici non se ne siano ancora accorti, però la speranza, com’è noto, muore per ultima.


Il politico, il commerciante ecc. possono farsi un’idea precisa di ciò che il pubblico gradisce e regolarsi di conseguenza. I costi non sono da poco, ma sempre meno delle ormai antiche “indagini di mercato” e dei “sondaggi” e sono molto più affidabili.


I politici in primis, coi soldi nostri, non hanno perso l’occasione e infatti oggi il politico non dice ciò che ritiene giusto o espone un’azione di governo necessaria, ma dice solo quello che la gente vuol sentirsi dire.

Non solo.

In parte puoi orientare il gusto e le opinioni, lavorando sia sui social, sia sui media e i motori di ricerca. Così, le persone che vogliono farsi un’opinione in internet si faranno l’opinione che voglio io e il gioco è fatto a metà.


Le furbizie dei nuovi artisti, facciamo un esempio

Torniamo all’arte.

Come posso adoperare a mio vantaggio un sistema del genere?

Facciamo un esempio i cui riferimenti sono puramente voluti e reali.

Un artista, prima di tutto, deve avere un’immagine “mitica”. Lo sapevano bene sin dai tempi di Mark Twain che scrisse la gustosissima commedia “Le avventure di un artista defunto”, dove un artista si finge defunto e le sue vendite e gradimento da zero passano al grande successo.


Così si crea un nome, ma l’artista non compare mai. C’è ma non si vede. Tipo Mina o l’ultimo Battisti. Non si sa nemmeno se è uno o un gruppo anziché un artista singolo.

Predisposto l’artista misterioso, scegliamo un tipo di arte “popolare”, perché il quadro è già un interesse di livello medio alto.

Graffitaro. Sa di giovane, di protesta, di estraneo ai circuiti dell’arte, sa di disobbediente. Il problema dell’impossibilità di spostare un muro, per esporlo qui e là, viene brillantemente risolto con foto e stampe che, attraverso i social e i media on-line, sono perfettamente compatibili.

Ora pensiamo al messaggio, ovvero alla poetica dell’artista.


Per i contenuti non c’è problema: basta dire ciò che la gente vuol sentirsi dire, qualcosa su cui è quasi impossibile non essere d’accordo. No alla guerra, si all’amore e alla fratellanza, proteggiamo e diamo spazio all’infanzia, e così via. Recentemente un bel tributo alle infermiere: sono loro i veri eroi. E chi può dire il contrario?

Lo stile?

Fotografie elaborate a stencil (tipo il ritratto di Che Guevara sulle magliette, per intenderci), veloci da riportare sui muri di cui si ottiene una preventiva approvazione. (Va bene essere disobbediente, ma per finta, sennò mi cancellano il lavoro e mi si complica la vita)

Resta un ultimo passo.


Contro il Museo... perciò espongo in un Museo


Avere lo “status” di arte. E questo lo può rilasciare solo il ristretto circuito dei collezionisti ricchissimi (e oggi abbastanza ignoranti, come dice il critico d’arte Marco Meneguzzi in un suo gustoso libro), dei musei, dei critici a tassametro e alcune gallerie Vip.


Bene, nei musei esponiamo le stampe fotocopia dei vari soggetti. Organizziamo ogni volta un furto o tentativo di furto e l’attenzione dei media è assicurata.


Mi distruggo, ma non troppo


Possiamo anche vendere all’asta una copia di uno dei soggetti e autodistruggerlo … a metà, sennò si creano problemi di incasso.

Nulla di nuovo intendiamoci, anche Jean Tinguely negli anni ‘60 creava macchine che si autodistruggevano con il fuoco, ma lui lo faceva sul serio. E i pezzetti rimasti erano regalati al pubblico come souvenir. Coerenza di altri tempi.


Non deve mancare anche un bel nome, facile, comodo da ricordare sulla falsariga dei “brand” aziendali. Tipo “Banksy”. Sì, direi che è perfetto.


Ecco illustrato in breve come fare arte in questo momento storico e usare a proprio vantaggio strumenti che per altri costituiscono un problema.

Naturalmente l’obiettivo principale è il reddito, perché la ricerca o il messaggio “artistico” è tutt’altra cosa.


Considerazioni finali del mio ragionamento li riservo a un mio prossimo post, visto che ho già scritto il doppio di quanto consigliato dai “guru” del web.

5 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti