• A.G. Fadini

Alle origini dell'arte... anche prima.

Aggiornamento: 20 giu 2021



Qual è la caratteristica irripetibile dell’arte paleolitica?


Precisiamo cosa si intende per “preistoria”. Come dice il nome si tratta di un periodo “prima” della storia. E quando inizia la “storia”?


Per convenzione la “storia” inizia con l’invenzione della scrittura circa 5.000 anni fa. Con la possibilità di scrivere e raccontare nasce la “storia”.

L’arte nasce prima. 24.000 anni fa. Proviamo a immaginare la vita di un uomo 24.000 anni fa. L’uomo è un cacciatore-raccoglitore e vive nelle caverne. Siamo nel Paleolitico (dal greco palaiòs-vecchio e lìthos- pietra) semplificando è l’età della pietra. Sbattendo una pietra contro l’altra si crea primi utensili per cacciare, tagliare la carne e raschiare le pelli.


In una situazione così elementare dove il freddo, la mancanza di cibo, la pura sopravvivenza è l’occupazione totalizzante dobbiamo stupirci e chiederci perché nasce l’arte.

Le prime figurazioni dipinte o incise sulla roccia sono di questo periodo. Possiamo stupirci di fronte alle testimonianze di Altamira (Spagna), Valcamonica (Italia), Lascaux (Francia) in Norvegia, nel Ciad e in Sicilia.


Disegni funzionali a riti propiziatori?

Rappresentazioni descrittive per raccontarsi le esperienze prima della scrittura? (oggi con ironia se qualcuno non capisce il nostro pensiero gli diciamo: “ti faccio un disegno”?)

Utilità magiche?

Possiamo solo fare ipotesi. In questo caso possiamo aggiungere, tra le ipotesi, che sia una funzione semplicemente creativa e “artistica” ovvero di catturare, attraverso segni e colori, la realtà circostante.

Abbiamo quindi, da un lato, chi pensa all’idealizzazione, alla geometrizzazione e alla funzione “ideologica” del fare artistico e, dall’altro, chi pensa a un atto di “naturalismo” ovvero di devozione e celebrazione della natura così com’è.

Il naturalismo paleolitico ha la stupenda capacità di rendere l’impressione della forma così come la vede, esente da elaborazioni intellettuali. Un fare “mimetico”, che si ispira direttamente a ciò che vede.


Questo fenomeno è forse unico in tutta la storia dell’arte.

La tanto decantata “libertà” di disegno dei bambini in realtà è frutto di una elaborazione mentale. Un bambino non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa, ciò che sa. Disegnando una casa il bambino combina una visione frontale con una di lato, esagera le proporzioni di ciò che ha per lui più importanza e trascura ciò che per lui non è importante.

Osservate un bambino che disegna: non si guarda intorno, fissa il foglio e realizza ciò che vede nella sua mente.


L’uomo paleolitico era in grado di vedere sfumature e colori che già nel neolitico si perdono, sostituite da solidi pregiudizi concettuali. Questa estrema libertà mentale non potrà più ripetersi perché man mano l’uomo sostituisce la capacità di vedere con l’esercizio intellettuale. Infatti, inizia a rappresentare un volto disegnandolo di profilo, ma con gli occhi di fronte.

La pittura paleolitica dimostra quell’unità d’intuizione che a volte, dopo secoli, compare nell’arte moderna.

La differenza insanabile tra visibile e invisibile, fra elaborazione concettuale e visione della realtà immediata, semplicemente, per gli artisti del paleolitico non esiste.

Troviamo segni e studi sul movimento che ritroveremo solo millenni dopo in un Degas o in un Toulouse Lautrec o nelle prime “istantanee” fotografiche. E ricordiamo la “fatica” degli uomini nel “comprendere” e accettare l’impressionismo considerato un “non finito”, un approssimativo… un primitivo appunto.


Con questi occhi godiamoci la pittura paleolitica di cui, come dicevamo, non conosciamo l’esatto “movente”. Esprimere la gioia di vivere? Istinto del gioco e del gusto decorativo? Passatempo nei momenti di ozio forzato o pratica rappresentativa evocativa?


Poco importa oggi.

Prendiamoci in dono una freschezza e sapienza oggi irripetibili.

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